Il miliardario Michael Steinhardt è stato definito da Bloomberg il più grande trader nella storia di Wall Street: del resto, con il fondo che porta il suo nome, ha prodotto per quasi trent’anni rendimenti annui medi del 24,5% sugli investimenti dei suoi clienti. Un’enormità. E anche se nel 1994 ha perso un terzo del suo patrimonio nel crollo del mercato obbligazionario, il Great Bond Massacre, e l’anno successivo ha chiuso il suo fondo, oggi resta al 2.378esimo posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo stilata da Forbes, con un patrimonio di 1,2 miliardi di dollari. Steinhardt è anche molto attivo nella filantropia: uno dei musei più importanti d’Israele porta il nome, ed è co-fondatore di Birthright Israel, la non profit che finanzia viaggi di 10 giorni in Israele per giovani ebrei americani fra i 18 e i 32 anni.

Non ha però solo il fiuto per gli affari finanziari, Steinhardt, ma anche un «appetito rapace per reperti rubati», come ha stabilito la procura di New York, con la quale a dicembre ha stretto un accordo arrivato al termine di una lunga inchiesta: il miliardario ha promesso che non commercerà più opere d’arte prodotte oltre 600 anni fa, e che restituirà circa 180 pezzi antichi del valore di 70 milioni di dollari, fra cui 40 arrivati proprio da Israele e dalla Cisgiordania. Fra le opere che era accusato di aver acquistato illegalmente, c’era anche un manufatto risalente a circa 2.200 anni fa che era stato rinvenuto in una cava in Israele da alcuni dei ragazzi a cui la sua fondazione aveva pagato il viaggio.

Questo dettaglio, spiega il Jerusalem Post, aiuta a fare luce sul complicato rapporto fra Israele, la non profit Birthright e Steinhardt. Inizialmente, infatti, la sua condanna era passata sotto silenzio, con l’Israel Museum che la sminuiva definendolo semplicemente un «valido sostenitore e amico di lunga data, il cui impegno è genuinamente apprezzato», senza prendere le distanze da quello che invece è, a tutti gli effetti, un trafficante d’arte antica. Fra i 40 manufatti sottratti in Israele e Palestina, inoltre, c’è anche la Stele di Eliodoro, che il miliardario ha concesso in prestito a lungo termine allo stesso museo, e che era risultata rubata.

Quando però Haaretz ha pubblicato un editoriale chiedendo di rimuovere il nome di Steinhardt dal museo, il quotidiano progressista è stato accusato di sostenere la «cancel culture». C’è chi ha fatto di peggio fra i collezionisti che hanno effettuato donazioni al museo, ha detto l’ex direttore Marin Weyl, alla guida dal 1981 al 1996. Qualunque cosa abbia fatto, ha sostenuto in una lettera al giornale Zalman Shoval, un veterano della politica locale, impallidisce davanti al contributo che ha dato a Israele. Questa, in fondo, è sempre stata la narrativa che ha promosso Steinhardt sulla sua vita: un manager di hedge fund che ha fatto fortuna, ha lasciato gli affari e ha dedicato la sua vita al popolo ebraico. E all’arte antica.

Corriere della Sera, 25 gennaio 2022 (newsletter AmericaCina)

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