Kiev continua a sfidare la Russia: all’alba un drone ha provocato l’esplosione di un grande serbatoio di carburante in una base vicino a Kursk, città a 200 chilometri dalla frontiera ucraina. Strike minore rispetto alle massicce ondate del nemico sulle sue città ma mosse comunque rilevanti.

Le azioni

L’attacco segue le due incursioni sugli aeroporti militare di Engels-2 e Ryazan, distanti centinaia di chilometri dal confine ucraino, dunque operazioni di profondità che hanno danneggiato dei bombardieri strategici. Quattro punti:

1) Sembra prevalere la tesi che l’azione di lunedì sia stata sferrata con un drone “locale” risalente, come concezione, agli anni ‘70 e riammodernato: il Tu 141 (raggio d’azione di mille chilometri) oppure il Tu 143 e non con un nuovo mezzo. Lo hanno trasformato di fatto in un missile da crociera.

2) Gli esperti ricordano come in marzo un ordigno simile sia precipitato in Croazia, è un’arma «anziana» che i tecnici hanno riadattato alle esigenze incombenti.

3) Non va dimenticato che l’Ucraina ha una lunga esperienza nella realizzazione di sistemi missilistici. In passato sono emerse storie di componenti forse finite anche in Nord Corea attraverso i soliti meandri dei traffici.
4) La resistenza conferma flessibilità e agilità: fonti di Kiev citate dal New York Times hanno rivelato che il blitz è stato reso possibile, almeno in una circostanza, dall’assistenza di forze speciali che hanno guidato il tiro. Quanto ai risultati non sembrano essere stati ampi (un paio di aerei fuori uso) però la sortita serve per il morale, è un test e tiene sulla corda l’Armata. Tutti devono attendersi nuovi colpi.

5) Forti le polemiche a Mosca, dove gli osservatori di accusano nuovamente i comandi sostenendo che le contromisure non sono sufficienti.

I nordici

In Europa, già da prima dell’invasione, muovono due schieramenti. Alcuni Paesi — Italia, Francia, Germania — hanno sottovalutato per interesse e ragioni economiche la possibile minaccia della Russia. Diversa la posizione degli Stati del Nord, preoccupati per ragioni storiche e geografiche: non sono rimasti sorpresi quando i tank di Putin hanno violato le frontiere. E una volta iniziata la guerra hanno reagito assistendo con intensità gli aggrediti. Ora alcuni di questi governi vogliono fare di più. A novembre i rappresentanti di Finlandia, Norvegia, Svezia e Danimarca si sono incontrati a Helsinki per varare un patto «nordico» mirato a coordinare l’acquisto e la fornitura di armi in favore di Zelensky, ad ampliare l’aiuto, a garantire sicurezza. Il quartetto ha già stanziato in questi mesi un totale di 2 miliardi di euro e altri arriveranno.

Sabotaggi

I russi, con una serie di atti di sabotaggio, sarebbero riusciti a distruggere circa 210 mila tonnellate di munizioni d’artiglieria ospitate nei depositi dell’Ucraina. Colpi condotti a partire dal 2014 e proseguiti negli anni successivi. Lo ha confermato un articolo di Forbes e i report dell’istituto britannico Rusi. Un particolare della lotta segreta emerso qualche mese fa ed ora arricchito di particolari. I servizi segreti del Gru hanno preso di mira in particolare le scorte di proiettili da 152 millimetri e di razzi creando seri problemi ai difensori chiamati a fronteggiare l’avanza con le dotazioni ai minimi. Episodi analoghi sono stati segnalati in Bulgaria e Repubblica Ceca, eventi sui quali c’è il sospetto del dolo.

La Nato si è mossa in soccorso acquistando dove ha potuto il munizionamento da 152 (esempio in Polonia e in altri Stati che hanno materiale «sovietico»), quindi ha varato la transizione fornendo suoi cannoni che utilizzano però colpi da 105 e 155 millimetri. Un programma che ha presentato problemi logistici e alla lunga inciso sulle scorte occidentali. Tanto è vero che il Pentagono ha appena annunciato l’avvio di un piano per triplicare la produzione per i prossimi tre anni: l’attuale cadenza di 14-15 mila proiettili da 155 al mese dovrà salire a 20 mila in primavera e a 40 mila entro il 2025. Tabella di marcia significativa, come lo è un sondaggio sugli umori dei cittadini americani: una buona maggioranza è sempre d’accordo sulle forniture massicce ma c’è anche una fetta consistente che auspica, nel contempo, pressioni della Casa Bianca su Kiev affinché si arrivi ad un negoziato.

Corriere della Sera, 6 dicembre 2022

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