A 77 anni Richard Sennett ha un ultimo obiettivo che intende raggiungere nella vita, per poi tornare a dedicarsi a tempo pieno al suo primo amore, la musica: aveva davanti un brillante avvenire da violoncellista prima che, 19 anni, un intervento sbagliato per risolvere la sindrome del tunnel carpale lo obbligasse a cambiare rotta, stroncandogli la carriera di musicista ma regalando al mondo dell’accademia uno dei massimi studiosi moderni del rapporto fra centri urbani, società e classi sociali. Ha insegnato in tutti i migliori atenei del mondo – Yale, New York University, Columbia, Mit e, dal 1999, London School of Economics – ma recentemente le Nazioni Unite lo hanno nominato senior advisor sul cambiamento climatico e le città, grazie anche al suo lavoro con la fondazione di ricerca sulla cultura urbana Theatrum Mundi, che ha creato cinque anni fa.

«Le Nazioni Unite vogliono focalizzarsi molto di più sulle questioni economi e sociali e meno della risoluzione dei conflitti fra Stati, su cui il Consiglio di sicurezza spende gran parte del suo tempo», racconta Sennett, collegato via Skype da Londra. «Io li sto aiutando a capire come possono spostare il focus sulle città. Hanno capito che è arrivato il momento di ridefinire la propria missione: non potevano essere più soltanto un broker fra diverse potenze», spiega il professore. «Ora vogliono capire come affrontare il cambiamento climatico, soffermandosi sul rapporto con le città “verdi e sane” e su che tipo di trasformazione vogliono ottenere. Solo che non è semplice, perché l’attuale presidente americano non crede al cambiamento climatico e si è ritirato dall’Organizzazione mondiale della Sanità: speriamo che perda le elezioni, in modo da poter ristabilire una presenza americana, anche perché gli Stati Uniti sono il principale finanziatore delle Nazioni Unite».

Se invece dovesse essere rieletto – prosegue – allora «dovremo riequilibrare il funzionamento economico dell’Onu, dividendo gli oneri più equamente. Io mi sto occupando di questo: da americano vorrei vedere gli Stati Uniti tornare nella Nazioni Unite, ma a nuove condizioni per tutti. Focalizzandoci sulle questioni sociali, economiche e ambientali». Sennett, insomma, non nasconde le sue speranze per le elezioni presidenziali del 3 novembre: «La vittoria di Biden darebbe alle Nazioni Unite una maggiore opportunità di effettuare un cambio di prospettiva che tutte le organizzazioni dovrebbero fare», spiega. «Il mio ruolo muta ogni giorno, ma ruota attorno alle iniziative urbane: l’unica cosa certa è che lo lascerò dopo la Cop-26, la prossima conferenza sul clima che si terrà in Gran Bretagna (a novembre 2021, ndr). Dopodiché voglio scrivere. Un tempo ero un musicista professionista e sto lavorando a un libro sulla musica. Ho sempre desiderato farlo: ho 77 anni e mi sono dedicato abbastanza al servizio pubblico».

Nato a Chicago il 1° gennaio 1943, Sennett era figlio di genitori ebrei emigrati dalla Russia: madre sindacalista, padre comunista che aveva combattuto il fascismo durante la guerra civile spagnola e che abbandonò la famiglia poco dopo la sua nascita per amore di una donna conosciuta al fronte. Sennett non lo ha mai incontrato, è cresciuto con la madre Dorothy nelle case popolari di Chicago dedicate a suor Frances Cabrini, che al tempo erano abitate da italiani e bianchi emarginati, neri spiantati, reduci di guerra e pazzi. «Era una comunità che chiariva in modo tangibile cosa significasse essere lasciati indietro durante il boom del dopoguerra», scrisse una volta nel suo saggio Socialism: An Essay On Honour And Dishonour.

«Il suo lavoro può essere anche letto come il tentativo lungo una vita di accettare la sua eredità radicale», spiegava il Guardian in un intimo profilo di inizio millennio. Al tempo Sennett era da poco diventato professore di teoria sociale e culturale alla London School of Economics, ed era considerato uno dei più influenti intellettuali pubblici del pianeta: «Uno di quella razza speciale di scrittori e pensatori che coprono un’ampia gamma dei cosiddetti specialismi, ai quali viene chiesto soprattutto di dire a noi, come società, chi siamo e da dove veniamo», scriveva il quotidiano britannico.

Sennett è anche membro del comitato scientifico della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e, a fine settembre, ha partecipato a un laboratorio con quindici adolescenti della periferia milanese, quella Sudovest attraversata dal tram 15 che dal centro arriva fino a Gratosoglio e Rozzano: curato dalla fondazione insieme a Codici Ricerche e Che Fare, con il contributo della Fondazione comunità di Milano, è stato tenuto a margine del progetto About a City – A Human Place, una serie di incontri sulle trasformazioni urbane. I ragazzi erano stati invitati a interrogare amici e familiari su come ripensare gli immaginari, come reinventare le città e le periferie per creare inclusione sociale.

«Avevano cominciato pensando di offrire spazi culturali in città», racconta Sennett. «Dopo un po’ che discutevamo è venuto fuori che ciò di cui c’era bisogno, in realtà, era creare lavoro». Per gli adolescenti, infatti, la scoperta più sorprendente della ricerca condotta sotto la guida di Stefano Laffi di Codici Ricerche era la «totale assenza di energia che spingesse verso il cambiamento»: come possiamo tornare a immaginare, hanno chiesto a Sennett, se le persone non sanno cosa desiderano per la propria città? Insieme, però, sono giunti alla conclusione che – più che sui desideri – la comunità va interpellata su un piano di necessità e servizio: per abbattere il divario di classe non serve chiedere cosa vorresti, ma cosa ti serve.

«A Milano le divisioni di classe sono enormi. Come a Londra, la classe operaia è lontanissima dalla borghesia: fisicamente sono vicini, ma poi vivono su un altro pianeta», spiega Sennett. «La pandemia è stato un segnale di cosa significa non essere in grado di lavorare, come potrebbe essere in futuro perché gli effetti della tecnologia sui posti di lavoro potrebbero comportare una società molto produttiva senza tuttavia impiegare nessuno», afferma il professore, secondo cui in il risultato è che molte persone cominceranno a sentirsi inutili, senza progetti per la propria vita. «Per me il lockdown è stato una specie di anticipazione di cosa succederà con il capitalismo, se continuerà a essere organizzato così», chiarisce. «Per questo sto scrivendo i miei libri su come ripensare il lavoro come progetto sociale: è più importante che le persone abbiano qualcosa da fare, anche se non guadagnano molti soldi. Devono avere uno scopo, sapere perché si alzano la mattina: questo è molto importante. Più dei soldi».

Sette, 23 ottobre 2020 (pag 38, pag 39)

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