Continuano le manovre attorno alla Corte Suprema, uno scoglio del potere le cui acque sono infestate da squali affamati, democratici e repubblicani: le nomine dei 9 giudici sono a vita e permettono ai presidenti di lasciare un’impronta decisa sulla vita politica e sociale del Paese, ma sono decise dal destino, o dalle dimissioni. Un destino che, da mesi, l’ala più progressista del partito democratico sta cercando di influenzare, facendo pressione sul giudice Stephen Breyer — il più anziano della corte, nominato da Bill Clinton nel 1994 — affinché si ritiri a fine mese, alla scadenza dell’anno giudiziario.

La leadership del partito è spaventata dalle manovre della sinistra, ma ancora di più da quelle dei repubblicani, i quali giurano che, dovessero riconquistare il Senato nelle elezioni di metà mandato del 2022, non confermerebbero nessun giudice nominato da Joe Biden. Le posizioni dei partiti sono state confermate nelle ultime 48 ore da due dichiarazioni: da un lato la deputata «socialista» Alexandria Ocasio-Cortez — ascoltata fuori dallo schieramento e temuta dentro — si è detta favorevole a un ritiro di Breyer, che spiani la strada alla nomina di un giudice più giovane e decisamente liberal; dall’altro il leader di minoranza al Senato Mitch McConnell, grande burattinaio dei repubblicani, ha lasciato intendere a un conduttore radiofonico conservatore che, superate con successo le elezioni del 2022, diventerebbe praticamente impossibile per Biden nominare un giudice.

Questo scontro ha origini storiche. I repubblicani sono ossessionati dalla Corte Suprema da quando, nel 1987, il giudice Robert Bork nominato da Ronald Reagan fu bocciato dal Senato, ma la battaglia si è riaccesa in tempi recenti, dopo la morte del giudice conservatore Antonin Scalia nel febbraio 2016: Barack Obama nominò al suo posto un moderato — Merrick Garland, oggi ministro di Giustizia — che il Senato guidato da Mitch McConnell si rifiutò persino di ascoltare. «Non si nominano giudici nell’anno delle elezioni», sostenevano i repubblicani al tempo, salvo poi rimangiarsi tutto quattro anni dopo, nell’ultimo mese della presidenza Trump: la morte improvvisa (ma non troppo) dell’icona liberal Ruth Bader Ginsburg innescò una corsa contro il tempo in Senato per confermare la giudice ultraconservatrice Amy Coney Barrett, che ha assunto l’incarico appena una settimana prima del voto.

Bruciati da quell’esperienza, oggi i democratici fanno pressione su Breyer perché vogliono evitare un nuovo caso Ginsburg e vogliono riequilibrare il massimo tribunale americano, che pende decisamente a destra (6 giudici a 3) dopo le tre nomine di Trump. I repubblicani puntano invece a spingere il proprio dominio un po’ più in là, rassicurando un elettorato che ha molto a cuore la nomina di giudici socialmente conservatori: non è un caso che le parole di McConnell siano arrivate proprio durante la convention dei battisti del Sud, la più grande denominazione evangelica d’America, in prima linea per abolire la sentenza Roe v. Wade. Quella che nel 1973 ha reso legale l’aborto in America.

Corriere della Sera, 15 giugno 2021 (newsletter AmericaCina)

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