Nessuno, neppure gli alleati occidentali che hanno previsto ogni mossa del Cremlino e addestrato per anni le forze di Kiev, si aspettava che l’esercito ucraino avrebbe fermato — e poi respinto — l’Armata russa. La resistenza ha tenuto e, dopo sei mesi di combattimenti intensi, è riuscita a riconquistare circa 6 mila chilometri quadrati di territorio, tagliando le linee di rifornimento nemiche. A guidare l’esercito di Kiev in questo risultato sorprendente, che ha segnato una svolta nel conflitto, è stato il generale Valeriy Zaluzhny, l’uomo che a luglio 2021 il presidente Volodymyr Zelensky ha messo a capo delle forze armate ucraine.

In quei giorni d’estate, mentre i russi ammassavano uomini e mezzi al confine, Zelensky non credeva ai rapporti dell’intelligence che prevedevano un’invasione imminente. Zaluzhny, insieme ad altri ufficiali, cominciò invece ad attuare cambiamenti sostanziali. «Quando verrà scritta la storia di questa guerra», ha affermato il settimanale americano Time, che gli ha dedicato la copertina di questa settimana, «Zaluzhny avrà un ruolo di primo piano».

Nato nel 1973 in una guarnigione militare nel nord dell’Ucraina, Zaluzhny fa parte di una generazione di alti ufficiali cresciuti in Unione Sovietica, ma che negli ultimi anni hanno lavorato per trasformare l’esercito ucraino, passato da un «goffo modello sovietico» a una struttura moderna. Se la dottrina militare russa si basa infatti sulle decisioni imposte dall’alto, Zaluzhny ha scelto una maggiore flessibilità, dando fiducia ai comandanti sul campo. «Sono cresciuto con la dottrina militare russa», ha spiegato a Time, dicendosi un grande ammiratore del suo rivale, il capo di Stato maggiore russo Valery Gerasimov. «Ho letto tutto quello che ha scritto».

Eppure, quando nel 2014 è diventato il comandante delle truppe che combattevano in Donbass, il generale Zaluzhny ha cominciato ad adottare le prime modifiche strutturali, richiamandosi al modello americano che aveva approfondito durante gli studi. Il percorso, tuttavia, è stato costellato di fallimenti: prima le esercitazioni militari del 2020, quando i Javelin — i missili anti-carro rivelatisi poi fondamentali nella prima fase del conflitto — fecero fiasco davanti al presidente Zelensky; poi, all’inizio di febbraio, una simulazione dell’offensiva russa mostrò le falle nelle difese ucraine.

Quelle esercitazioni erano al centro della strategia di difesa ucraina, ma i comandanti non le prendevano seriamente. «Ho urlato per un’ora», ha raccontato a Time. «Ho provato a far capire loro che, se non fossero riuscite, ci sarebbero costate non solo la vita, ma anche il nostro Paese». È stato allora che si è strutturata la campagna agile della resistenza. I generali hanno cominciato a spostare e camuffare il materiale, a muovere truppe e armi in giro per il Paese, a trasferire aerei, carri armati, blindati e batterie antiaeree. I dettagli della strategia, però, furono mantenuti segreti, per evitare di perdere l’effetto sorpresa.

«Ci serviva che gli avversari pensassero che fossimo nelle nostre basi a fumare erba, guardare la tv e fare post su Facebook». Quando il 24 febbraio le truppe russe hanno varcato i confini, gli ucraini invece erano pronti e avevano due obiettivi strategici. «Non potevamo perdere Kiev», spiega Zaluzhny. «Al tempo stesso, in tutti gli altri vettori, dovevamo fargli buttare sangue anche a costo di perdere territorio». Hanno quindi permesso ai russi di avanzare, per poi colpire la testa delle loro colonne e le linee di rifornimento nelle retrovie.

L’Armata, però, non ha cambiato approccio. «Continuavano a mandare i propri uomini al massacro e per me era lo scenario migliore», ha spiegato il generale, che ha cominciato a credere di poter vincere. Poi, in estate, ha puntato di nuovo sull’effetto sorpresa, «accecando» il nemico: ha annunciato una controffensiva a sud, spingendo i russi a riposizionare le truppe, poi ha attaccato a nordest.

Corriere della Sera, 27 settembre 2022 (pag 23 del 28 settembre)

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