Sono l’arma del «momento»: i droni-kamikaze iraniani. I russi li usano e ne sottolineano i successi, gli ucraini li temono e annunciano, quasi ogni giorno, la distruzione di diversi esemplari. Un classico mix di notizie belliche e propaganda in quello che qualcuno definisce il «Game of Drones».

Teheran ha fornito alla Russia almeno due tipi di velivoli: gli Shahed 136 (missione d’attacco) e i Mojaher 6 (ricognizione). I primi sono costruiti con tecnologia non sofisticata, hanno un basso costo, portano carica esplosiva sino a 30 chilogrammi, non essendo dotati di proprie telecamere devono essere supportati da altri mezzi. Non sono veloci, dunque sono esposti al tiro della contraerea. Inoltre i loro apparati di guida possono essere «disturbati» con contromisure elettroniche. Se impiegati in gran numero saturano però le difese, sono lanciabili da camion (quindi piattaforme mobili ed «economiche» rispetto ai missili cruise), sono insidiosi per le artiglierie più preziose degli ucraini.

Con una certa enfasi, un esperto russo li ha paragonati ai lanciarazzi a lungo raggio Himars perché permettono incursioni profonde. Sono meno convinti gli osservatori occidentali anche se invitano a non sottovalutare l’impatto. Fonti del Pentagono, chiamate a commentare sul tema, hanno mantenuto una posizione prudente, evitando di fornire dettagli sfruttabili dagli invasori. Ovvero efficacia, punti deboli, tattiche.

L’impiego nel conflitto ha comunque un doppio valore per l’Iran. Il primo. In questi anni, nel corso della crisi yemenita, i pasdaran e le milizie sciite hanno adottato questi sistemi e hanno ottenuto successi contro bersagli in Arabia Saudita. Poche ore fa hanno attaccato installazioni della guerriglia curda iraniana nella regione di Erbil affidandosi sempre ai droni-kamikaze e missili. Il secondo. I mullah rinsaldano rapporti operativi di lunga data con il Cremlino, acquistano crediti diplomatici, politici e militari. Non è poco.

L’exploit sul terreno di alcuni armamenti diventa il gancio per altro, lo dimostra il picco di vendite per i droni turchi TB2 usati prima dagli azeri contro gli armeni, quindi su molti teatri, dall’Africa (Sahel, Etiopia) all’Ucraina. La Nato, nel programma d’assistenza in favore dell’Ucraina, ha inserito equipaggiamenti anti-droni. Compaiono anche nel pacchetto che gli Stati Uniti stanno per varare. Come sempre, la resistenza ne chiede di più.

Corriere della Sera, 28 settembre 2022 (pag 19 del 29 settembre)

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